venerdì 13 settembre 2013

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14 - Danila Passerini - La punizione del romanzo

Buongiorno,
oggi voglio recensire il libro che ho vinto al Giveaway di Marta: La punizione del romanzo. *__*
È la prima volta che vinco un giveaway quindi sono ancora felicissima, nonostante siano passati mesi dalla vittoria.





Titolo: La punizione del romanzo
Autore: Danila Passerini
Traduttore: /
Pagine: 170
Prezzo: € 15,00
Editore: L'Erudita
Isbn: 9788867700288
Genere: Metaromanzo, Narrativa
Serie: Autoconclusivo
Data di pubblicazione: 2013
Trama: Filippo ha sedici anni, un carattere ribelle, capelli lunghi e magliette sbiadite che non riesce a buttare via. La scuola è piena di luoghi comuni soprattutto da quando, dopo la Terza guerra mondiale, tutti si sono messi in testa che bisogna spendere la propria vita per gli altri, essere compassionevoli, buoni. E lui, il più bello della scuola, non ci sta. Ogni compagno è bersaglio di frecciatine non troppo velate e battute taglienti, un po' per colpire i deboli, un po' per non svelare la propria personalità e le proprie passioni amorose rivolte all'unica che non sembra subire il fascino del bello e cattivo. Ma la scuola è un luogo di formazione non solo didattica ma anche caratteriale e morale, la cui missione è accompagnare nella crescita i ragazzi perché diventino adulti acculturati sì, ma soprattutto critici, coscienziosi, consapevoli. E allora non rimane da fare che una cosa: punirlo. Quale castigo sarebbe più adatto per lui della punizione del romanzo? Filippo entrerà in un libro, vestendo i panni di un personaggio, e il suo scopo sarà quello di vivere la sua nuova vita senza cambiarne la trama, neppure di una virgola, pena il non ritorno.


Oggi volevo parlarvi di un libro per cui mi è stato particolarmente difficile attribuire un genere letterario. La punizione del romanzo, infatti, è un romanzo molto particolare perché, sebbene abbia un'ambientazione futuristica tendente al distopico, non ha altre caratteristiche che possano avvicinarsi alla distopia. Anzi, parlare di distopia non è proprio adeguato poiché ci ritroviamo in un mondo postbellico, in cui i vari stati hanno già ritrovato una condizione pacifica e tranquilla.
La soluzione adottata è la tolleranza, intinta di tanta bontà e altruismo. Ma si sa che tutte in tutte le decisione c'è sempre qualcuno che va controcorrente, sia per sentirsi alternativo sia perché pensa di essere nel giusto. E ciò si verifica particolarmente spesso in noi adolescenti che vogliamo distinguerci dalla massa. E Filippo non fa eccezione.
In un mondo n cui la bontà non è solo un piacere ma l'unica via di sopravvivenza, il nostro protagonista non riesce a conformarsi alla generosità e all'altruismo di massa, perciò decide d comportarsi da bullo. Naturalmente questa scelta comporta delle conseguenze perché essere cattivi spesso provoca sofferenze inutili sia negli altri che in se stessi. La scelta di Filippo oltre a essere nociva è anche contro le regole  etiche della sua società, ed essendo la scuola un luogo di formazione la sua cattiveria non può rimanere impunita. Pertanto per raddrizzare il suo comportamento l'unica soluzione possibile è la punizione del romanzo.    
Questa misteriosa condanna ci verrà svelata poco a poco nella narrazione, grazie alle parole del nonno di Filippo, l'unica persona con cui passa volentieri il proprio tempo. Nonostante ciò Filippo non riesce ancora a farsi un'idea della pena da sostenere, a differenza nostra che già possiamo conoscerla attraverso la trama.

Attraverso lo stile ironico dell'autrice veniamo nuovamente in contatto con un mondo che già ci è noto, e grazie al punto di vista di Filippo nei panni del suo amato Don Rodrigo conosciamo la realtà seicentesca rappresentato da Manzoni in una nuova ottica.
Ammetto che come Filippo mi annoiavo molto a leggere I promessi sposi, eppure nel libro della Passerini non sono riuscita a staccare gli occhi dalle vicende di Filippo, che portandosi dietro una mentalità molto vicina alla nostra, stravolge il romanzo di Manzoni con episodi esilaranti. I vari dialoghi e i vari strafalcioni portano a un'immediata conclusione dell'opera manzoniano e pertanto il nostro protagonista rischia di rimanere bloccato nel famoso libro finché l'intervento di un inviato speciale non riuscirà a riportarlo nella realtà.

Di tutto il libro mi sono piaciuti molto i dialoghi e la caratterizzazione dei personaggi che risulta alquanto convincente. Inoltre il cambiamento graduale di Filippo diventa per noi un percorso di riflessione riguardo i nostri pregiudizi nei confronti delle opere studiate a scuola... a chi non è capitato di studiare con angoscia un romanzo di grande importanza per la letteratura solo perché ci era stato obbligato dalla scuola?
Avrei però preferito che Filippo potesse continuare ad avere contatti con i personaggi del romanzo e magari che il libro fosse più lungo, perché avrei davvero voluto assistere la scena dei monatti e della bambina morta, l'unica scena che avevo realmente apprezzato de 'I Promessi sposi'. 
Se da una parte il libro è molto originale e piacevole da leggere, dall'altra credo che il finale avrebbe potuto svilupparsi meglio, nel senso che mi aspettavo qualcosa di più, anche se non so cosa di preciso. MA non è stata una totale delusione.

La punizione del romanzo mi ha insegnato che nessuna lettura imposta è meno apprezzabile di quelli da noi scelti. L'unico motivo per cui i libri imposti non ci piacciono è il nostro personale rifiuto di dover seguire un imperativo, il dover sottostare a una consegna. 
In conclusione penso che mi piacerebbe riprendere in mano l'opera di Manzoni e goderne questa volta l'arte e ringrazio l'autrice per avermi dato questa spinta. 

Questa recensione partecipa alla sfida di lettura "Io Leggo Italiano"

mercoledì 11 settembre 2013

New Entry #3


Buongiorno :)
Siamo già arrivati a settembre e purtroppo ognuno di noi deve tornare sulle proprie responsabilità. Chi a scuola e chi al lavoro... Quest'anno sarà particolarmente dura, non solo perché dovrei cominciare il quinto anno di liceo, ma anche perché come vi ho accennato mi sono trasferita in una nuova città. 
Beh ecco direte: 'e tutto ciò cosa c'entra con questa rubrica?' 
Niente, in verità. Cercavo solo una scusa per tornare a riempire la mia piccola biblioteca personale xD.
Dopo un'estate a cercare di reprimere il desiderio compulsivo di compere, sono tornata nelle librerie con il portafoglio in mano e... vabbè si sa l'esito di queste escursioni azzardate con i cash in mano. 
Mi appresto quindi a elencarvi le mie nuove creature... ah, questo ritorno era già cominciato a fine luglio, ma non ho avuto il coraggio di ammetterlo ç.ç
Infine dichiaro conclusa la TBR Estiva di quest'anno con 31 libri di cui ne ho letti solo 4. Che sconfitta!

Comprato a fine luglio e terminato
Titolo: Chiedi alla luna
Autore: Nathan Filler
Traduttore: Aglae Pizzone
Pagine: 320
Prezzo: € 17,00
Editore: Feltrinelli
Isbn: 9788807030437
Genere: Young Adult, Narrativa

SerieAutoconclusivo
Anno di pubblicazione: 2013
Trama:  Matthew Homes ha nove anni. Adora passare le vacanze al camping con la famiglia e mettersi le scarpe da ginnastica, anche se la mamma d'estate lo obbliga a usare le infradito dato che fa caldo e gli sudano i piedi. Ha un fratello, Simon, di tre anni più grande, anche se tutti si comportano come se fosse più piccolo. Perché Simon è un po' diverso dalle persone che si incontrano normalmente: frequenta una scuola speciale per via di un disturbo di cui Matt non ricorda mai il nome, ma che si trova nei libri di medicina. Matt e Simon si vogliono bene: Matt adora la faccia tonda e sorridente del fratello, tonda come la luna. Giocano spesso insieme, e Simon segue Matt in tutte le sue avventure. Ma dopo quell'estate, l'estate dell'incidente a Ocean Cove, nulla sarà più come prima. Matt dovrà affrontare un segreto così enorme e terribile da non poterlo confessare a nessuno, spingendolo a chiudersi sempre più in se stesso. E mentre, anno dopo anno, la realtà perderà i suoi confini diventando sempre più estranea e costringendolo a farsi ricoverare in un centro per disturbi mentali, Matt avrà solo un pensiero in cui trovare conforto e grazie al quale ricominciare a lottare: il ricordo della faccia tonda e sorridente di suo fratello, tonda come la luna.

Un uso qualunque di te
Titolo: Un uso qualunque di te
Autore: Sara Rattaro
Traduttore: /
Pagine: 176
Prezzo: € 6,90
Editore: Giunti
Isbn: 9788809785021
Genere: Narrativa, Drammantico

SerieAutoconclusivo
Anno di pubblicazione: 2013
Trama: Una famiglia borghese apparentemente serena è quella formata da Viola, Carlo e dalla diciassettenne Luce: grandi occhi spalancati verso il futuro. Distratta madre e moglie, Viola coltiva mille dubbi sul suo presente e troppi rimpianti camuffati da consuetudini. Carlo, invece, è un marito presente e innamorato e la solidità del legame famigliare sembra dipendere soprattutto da lui. È quasi l'alba di una notte di fine primavera quando Viola riceve un messaggio da suo marito che le dice di correre in ospedale. Stava dormendo fuori casa e si deve rivestire in fretta, non c'è tempo per fare congetture, il cellulare ora è scarico e nel messaggio non si dice a quale ospedale debba andare né cosa sia successo. Una corsa disperata contro il tempo, i sensi di colpa e le inquietudini che da anni le vivono dentro. Fino al drammatico faccia a faccia con il chirurgo le cui parole porteranno a galla un segreto seppellito per anni e daranno una sterzata definitiva al corso della sua esistenza.

Titolo: Lasciami entrare
Autore: John A. Lindqvist
Traduttore: G. Puleo
Pagine: 461
Prezzo: € 12,50
Editore: Marsilio
Isbn: 9788831790109
Genere: Horror, Gotico

SerieAutoconclusivo
Anno di pubblicazione: 2011
Trama:  A Blackeberg, quartiere degradato alla periferia ovest di Stoccolma, il ritrovamento del cadavere completamente dissanguato di un ragazzo segna l'inizio di una lunga scia di morte. Sembrerebbe trattarsi di omicidi rituali, ma anche c'è anche chi pensa all'opera di un serial killer. Mentre nel quartiere si diffonde la paura, il dodicenne Oskar, affascinato dalle imprese dell'assassino, gioisce segretamente sperando che sia finalmente giunta l'ora della rivalsa nei confronti dei bulletti che ogni giorno lo tormentano a scuola. Ma non è l'unica novità nella sua vita, perché Oskar ha finalmente un'amica, una coetanea che si è appena trasferita nel quartiere. Presto i due ragazzini diventano più che semplici amici. Ma c'è qualcosa di strano in Eli, dal viso smunto, i capelli scuri e i grandi occhi. Emana uno strano odore, non ha mai freddo, se salta sembra volare e, soprattutto, esce di casa soltanto la notte... "Lasciami entrare" è una storia d'amore, vendetta e vampiri, un racconto sul dolore dell'infanzia e la forza dell'amicizia, dove sangue e orrore devono piegarsi alla potenza dell'amore e alla voglia di vivere.

E voi cosa avete acquistato ultimamente? ^_^

venerdì 23 agosto 2013

Summer TBR Recap. di Luglio/Agosto

Salve,
sono un po' in ritardo con la ricapitolazione dei libri letti di luglio D=
Perciò eccomi qua a stilare la lista di un mese e mezzo. Per fortuna o per sfortuna non ho letto molto e, quindi, ho pochi arretrati da recensire. Anche se avrei preferito leggere di più. :/


Summer TBR 2013
Totale di libri: 31
Libri letti in precedenza: 3

  • Cime tempestose
  • Uno, nessuno e centomila
  • Pulce non c'è


Libri letti a luglio: 1

  • Di me diranno che ho ucciso un angelo



Libri recensiti a luglio e agosto: 




Libri aggiunti: 0
Libri Extra in precedenza: 1



Libri Extra di luglio e di agosto: 7

  1. 1984 
  2.  Jane Eyre 
  3.  Il sogno del bambino stregone 
  4.  La punizione del romanzo 
  5.  Chiedi alla luna 
  6.  Thoralays. Odio senza fine 
  7.  Fahreneit 451
Okay, avrei dovuto leggere seguendo di più la TBR, ma non ho resistito! è.é
E voi che libri avete letto? =)

13 - Charlotte Brontë - Jane Eyre

Buon pomeriggio ^^
Sono finalmente tornata con una nuova recensione. Quest'oggi voglio parlarvi di Jane Eyre, scritto dalla sorella di Emily Brontë. Sono stata curiosa di leggere e comparare i due stili fin da quando ho concluso Cime Tempestose. D'altra parte dopo aver terminato Jane Eyre ho capito che non è proprio possibile paragonarlo a Cime Tempestose...


Titolo: Jane Eyre
Autore: Charlotte Brontë
Traduttore: D'Ezio M.
Pagine: 592
Prezzo: € 7,00
Editore: Giunti Editore
Isbn: 9788809763197
Genere: Classico, Narrativa, Rosa
Serie: /
Anno di pubblicazione: 2011
Trama: Dopo un'infanzia difficile, di povertà e di privazioni, la giovane Jane trova la via del riscatto: si procura un lavoro come istruttrice presso la casa di un ricco gentiluomo, il signor Rochester. I due iniziano a conoscersi, si parlano, si confrontano e imparano a rispettarsi. Dal rispetto nasce l'amore e la possibilità per Jane di una vita serena. ma proprio quando un futuro meraviglioso appare vicino, viene alla luce una terribile verità, quasi a dimostrare che Jane non può essere felice, non può avere l'amore, non può sfuggire al suo destino. Rochester sembra celare un tremendo segreto: una presenza minacciosa si aggira infatti nelle soffitte del suo tetro palazzo.


Jane Eyre è la protagonista di quest'opera che ci racconta le vicende più importanti della sua vita fino al suo drammatico ma felice matrimonio. Infatti anche C. Brontë ha scelto di introdurci prima nella realtà di Jane, parlandoci della sua complicata infanzia, per poi condurci al nocciolo della questione, l'argomento principale del romanzo.  Questa era una delle caratteristiche principali delle opere dell'epoca passata, mentre al giorno d'oggi i libri cominciano o con il medias res o con un breve prologo, che in ogni caso non supera quasi mai cinque pagine.
Tuttavia questo "prologo" prolisso, a differenza di quella di altri libri, è stato molto interessante perché mi ha dato un' idea abbastanza chiara della vita di collegio
Ciò che invece non mi è piaciuto è la descrizione delle giornate in casa della zia Reed perché la narrazione mi è sembrata andare troppo al rilento.

Jane, dopo la morte dei genitori, è stata adottato dallo zio Reed. Purtroppo anche lo zio muore e la piccola Jane viene affidata alle cure della moglie dello zio, la signora Reed. 
Questo affidamento non diletta né la bambina né la sua tutrice, dato che per un motivo o per un altro le due nutrono un rancore reciproco. Perciò in poco tempo Jane viene rinchiusa in un collegio femminile. Sebbene il collegio di Lowood sia una specie di orfanotrofio dalla riforma molto rigida, esso diviene il luogo più caro a Jane che non ha più una casa a cui tornare. A Lowood Jane diviene istruttrice, ma non riuscendo ad arginare il proprio desiderio di conoscere il mondo, si allontana trovando un impiego presso il signor Rochester come istruttrice di una bambina francese, Adele. Ed è qui che comincia realmente la sua avventura.

Durante le prime pagine avevo avuto l'impressione di leggere una versione di Cime Tempestose dal punto di vista di Heathcliff. Non dal punto di vista sentimentale, ovvio; ma per il carattere impetuoso della protagonista e il suo desiderio di solitudine. Infatti, sia Heathcliff che Jane hanno un passato oscuro. D'altra parte solo di Jane sappiamo che i genitori sono morti, mentre di Heathcliff nulla.
Inoltre sia Heathcliff che Jane, dopo la morte del loro beneficiario, sono trattati malamente dai loro successori. Quindi, era impossibile non notare una somiglianza nei due libri.
Comunque sia, oltre a ciò non ci sono altre somiglianze evidenti. Anche perché se in Cime Tempestose vi era un triangolo, qui non ne troviamo e i temi centrali non sono identici.
Mentre in Cime Tempestose troviamo un'amore travagliato, qui l'impatto drammatico è inferiore. Non ci sono i forti rancori, non c'è un rapporto di amore-odio. E i personaggi non tendono alla follia.
Quindi, detto ciò posso finalmente concludere che le sorelle Brontë, sebbene avessero scritto entrambe nella vita, non sono affatto simili e ciò risulta evidente negli loro stili.
Infatti, se Emily punta sullo stile e sulla tecnica, Charlotte, secondo me, ha prediletto una esposizione lineare e diretta. Ed è proprio la scelta stilistica che rende Jane Eyre meno piacevole, a mio parere da leggere, perché ho trovato difficoltà a proseguire nella lettura per la mancanza d'interesse nella prima parte. Invece, nella seconda parte, dopo l'allontanamento di Jane dal signor Rochester la narrazione diviene più fluida.

I personaggi sono ben caratterizzati. Il signor Rochester è un uomo carismatico e intrigante, ma non proprio di bell'aspetto. E la freddezza che lo circonda mi ha ricordato molto Mr. Darcy, anche se in questo caso il distacco non è dovuto all'orgoglio.
Ciò che però mi ha più colpito è il carattere di Jane, la quale porta in sé due aspetti contrastanti. In lei infatti convivono la rigidità di Lowood e l'irrequietezza dell'infanzia. (E personalmente mi sono sempre piaciuti i travagli interiori ^^) 
Image Hosted by ImageShack.usSe da una parte c'è una buona esposizione e una caratterizzazione ben riuscita, non mi è piaciuto molto lo sviluppo della trama. È vero che nel libro ci sono varie tematiche... ma non sono riuscita a cogliere davvero il messaggio che esso voleva trasmettere. L'allontanamento di Jane e il ritrovamento dei cugini del ramo materno mi sono sembrati eventi troppo artefatti, nel senso che mi pare un semplice espediente per raccontare la vera storia dei genitori di Jane. 
Forse il libro mi sarebbe piaciuto di più se non avessi già letto altri classici di questo periodo, perché a mio parere non regge il confronto né con Cime Tempestose né con Orgoglio e Pregiudizio.
In conclusione, ciò che mi è piaciuto di più è il finale che ha confermato l'amore che Jane prova per il proprio padrone, un amore che va oltre l'aspetto esteriore.

E a voi come è parso questo libro? ^_^

Questa recensione partecipa alla sfida di lettura "Un classico al mese 2013".

martedì 20 agosto 2013

Liberi Pensieri #2 - Distopie a confronto - Parte 2

Buongiorno ^^ Come ve la passate? Io sono ancora immersa nello stress >.<


Nella parte precedente mi sono soffermata sulla questione della schematizzazione della società distopica e, quindi, proseguiamo su questo argomento. 
Una caratterista che accomuna i libri distopici che ho letto è la suddivisione del popolo. Infatti G. Orwell in 1984 sottolineava bene questo aspetto e riteneva che in ogni epoca ci fossero degli Alti e degli Bassi tra i quali c'erano i Medi. Gli Alti sono naturalmente le persone che detengono il potere, i
Medi le persone comuni e i Bassi la classe operaia, o meglio quelle persone poste all'ultimo gradino della piramide sociale.
Se nel 1984 ci sono i Prolet, in Hunger Games non possiamo dare un nome effettivo alla classe povera poiché la maggior parte dei distretti sono immersi nella povertà, mentre i Medi sono gli abitanti di Capitol City, poiché sebbene abbiano una vita costituita di privilegi, essi non sono consapevoli della propria condizione di burattini. Chi detiene il potere è il Presidente Snow e, forse, gli Strateghi.
In The Giver e anche nella saga di Scott Westerfeld, Beauty. La trilogia, invece, non ci sono distinzioni di classe. Nel primo perché si vive in un mondo perfetto, in cui l'uguaglianza abbonda. Nel secondo, invece, perché è piuttosto una distinzione basata sull'aspetto fisico. In tutti i due i casi, però, i cittadini non sono coscienziosi della propria origine e vivono in uno stato atemporale, ossia senza un passato e storia. (Naturalmente a eccezione del Raccoglitore di memorie.)
Si cerca anche nel mondo reale l'uguaglianza, ma in alcune realtà distopiche l'uguaglianza è divenuto il sinonimo di omogeneità. Per esempio, in Matched, Cassia è stata privata del suo scrigno e addirittura dal suo giardino sono stati sradicati degli alberi perché questi rendevano l'aspetto esteriore della sua casa migliore di quella dei suoi vicini. 
In questa omogeneità non c'è la libertà di esprimere se stessi... 

In un mondo in cui non si conosce la guerra, se non di nome, non è possibile comprendere la brutalità dell'odio e del sangue versato, Infatti anche i bambini che sono il simbolo dell'innocenza possono perdere la loro purezza. In The Giver, per esempio, i bambini sono abituati a giocare alla guerra, fingersi di uccidersi a vicenda, inconsapevoli di ciò che realmente stanno simulando. Ed è proprio questa l'abitudine che spinge anche i piccoli di oggi ad amare la guerra come se fosse la cosa più naturale del mondo. I bambini non devono preoccuparsi di niente, hanno cibo a sufficienza e dei vestiti decenti. E quindi possono giocare nel tempo libero, ma se nella saga di Lois Lowry i bambini giocavano spontaneamente alla guerra, in 1984 i bambini crescevano con l'abitudine di sospettare, indagare e perseguire il prossimo, divenendo lo strumento principale del Grande Fratello. In HG invece l'innocenza viene ceduta per la sopravvivenza. 

Per quanto possano essere diversi tra loro, questi libri riflettono a loro modo un aspetto della realtà che si vorrebbe scongiurare. In apparenza la politica distopica si ispira ad alcuni principi comunisti o dittatoriali, ma la verità è che la degenerazione presente in queste realtà non si trovano solo nel comunismo ma anche nella democrazia. In generale trovo che qualunque possa essere la politica instaurata non esisteranno mai governi perfetti. Rifacendomi alla filosofia classica, la perfezione è eternità... ma se nulla è eterno come può esistere la perfezione?
Inoltre, qualunque possa esser il tipo di governo non ci sarà mai la felicità in tutti. Poiché il progresso richiede il sacrificio, ci saranno sempre persone a cui saranno negate dei benefici.
E con questo penso di aver detto tutto.

E voi cosa ne pensate dei mondi distopici? Che rapporto hanno per voi con la realtà?
Mi farebbe piacere sentire la vostra opinione ^^
 Baci. 
P.s. In fondo troverete il sondaggio per il prossimo Liberi Pensieri. 

mercoledì 14 agosto 2013

Liberi Pensieri #2 - Distopie a confronto - Parte 1

Buonasera ^_^
Ultimamente ho trascurato un po' il blog ne sono consapevole e per questo chiedo venia. La vita prosciuga tutte le energie e calata l'oscurità tendo a procrastinare su tutti i miei propositi. Alla fine, purtroppo, non sono nemmeno riuscita a terminare la prima stesura del racconto che avrei dovuto inviare a quel concorso di racconti. Ma ora, con tutto il caldo che c'è qui fuori, mi era venuto il desiderio di scrivere qualcosa che potesse interessare anche il blog e ho deciso di terminare la stesura di questo post. Spero che possa piacervi!
Dopo il boom del fantasy, nell'ultimo anno il genere che ha fatto più scalpore è stato il distopico. Come sappiamo dopo il clamoroso successo di Hunger Games molti scrittori ed editori hanno cominciato a seguirne l'esempio. Eppure la distopia non è una novità nel campo editoriale e non concerne solo quel poco che Hunger Games rappresenta. Okay, ora molti di voi fan mi avrete già sbranata ma non è quello che pensate: non sto sminuendo affatto la bellissima trilogia. Intendiamoci: per quanto possa essere magnifico HG, i libri che gli sono seguiti sono state per lo più delle copie. Pare che di tutte le qualità della saga le serie successive hanno preso solo pochissimi elementi. Se prendiamo in considerazione Divergent, Matched, Starters e The selection possiamo notare che a grandi linee si possono evidenziare le caratteristiche principali del distopico odierno. Nelle caratteristiche che oggi ha assunto, la distopia appare un genere piatto che non ha subito grandi innovazioni, se non consideriamo l'introduzione del triangolo amoroso e che è divenuto un genere letto per lo più dagli adolescenti e qualche giovane adulto. Almeno questo è ciò che mi sembra da ciò che ho letto al momento.

Tuttavia partiamo dall'inizio e andiamo per gradi. Cominciamo ad analizzare il termine distopia.

Distopia, o antiutopia, è un termine coniato da John Stuart Mill nel 1968. Come possiamo intendere dal termine stesso, esso non è altro che il contrario dell'utopia e, quindi, indica un luogo spiacevole e indesiderabile. Se l'utopia rappresenta un luogo inesistente, la distopia però intende descrivere una città o uno stato realmente esistente proiettato in un futuro lontano e, magari, collocato in un luogo esotico. Esso, inoltre, ha due filoni principali: 

  • l'eccessivo controllo da parte dell'autorità nella vita umana
  • degradazione morale e civile dell'uomo o dovuta a catastrofi naturali. 

Fin qui naturalmente le saghe che ho appena citato sono ancora molto legate alla distopia "classica", entrando per lo più nella seconda categoria, perché non sono riuscita a percepire, almeno dallo stile degli scrittori, il terrore e l'angoscia provocata dalla privazione della libertà individuale che, al contrario, in 1984 è molto più forte. Naturalmente non si può paragonare nessuno di questi libri a 1984, dal momento che i fini che gli scrittori volevano perseguire sono totalmente diversi. 1984 si rivolge a un pubblico più maturo e coscienzioso mentre HG offre spunti di riflessione a un pubblico più giovane e, pertanto, l'autrice ha mantenuto un linguaggio e uno stile più consono all'età del target a cui si rivolge. Al contrario Orwell non prova pietà e sfrutta le parole per inaridire l'animo del lettore della poche speranze che nutre verso la società contemporanea, facendo spirare l'illusione di vivere in una civiltà giusta.
Posto che gli obbiettivi sono diversi non possiamo porre le due opere su uno stesso piano, ma nel mio intimo preferisco 1984 perché ci sono molti libri pieni d'angustia ma pochissimi libri che giunti alla fine riescono a prenderti tanto da svuotarti. 
D'altra parte possiamo fare un confronto tra The Giver e Hunger Games.
Ho letto solo il primo libro di The Giver, ma mi pare che la società di Jonas sia descritta molto bene già in questo primo volume. Correggetemi se sbaglio!


La realtà di Katniss è molto diversa da quella di Jonas, ovvio. Perché se nella prima vi è una società ingiusta nella seconda regna una pace che incute timore. 

Katniss vive nel Distretto 12 di Panem e sebbene sia sempre in billico tra la sopravvivenza e la morte, a causa dell'eccessiva povertà del proprio distretto, Katniss è felice. Riesce a vivere, tirando avanti giorno per giorno, grazie alla caccia e al baratto. È felice almeno finché ogni anno non ci troviamo nel periodo della Mietitura, ovvio. 
Jonas, invece, non conosce affatto la felicità ma solo lo stato di tranquillità in cui è eternamente immerso perché ciò che porta gioia può portare anche il dolore e il dolore è ancella del male, quindi, ogni emozione è debellato nella sua società. Se da una parte quest'assenza di emozioni forti è il fondamento di un'istituzione perfetta, che sembra far tesoro della dottrina epicurea, dall'altra è anche assenza di vita, perché la vita stessa è l'alternarsi della gioia e del dolore. 
Da questo punto di vista, preferirei vivere nel mondo di Katniss, perché almeno vi è la libertà di vivere con le proprie emozioni. E anche perché una vita senza alti né bassi non è degna di essere vissuta, a mio parere.

Nel mondo di Jonas il matrimonio è un vero e proprio contratto unilaterale stipulato dalla società stessa e a cui il cittadino non può opporsi pena il congedo, non sono i singoli a scegliere la propria dolce metà ma un consiglio di anziani che catalogano e scelgono per noi il partner più idoneo.
Vi è solo una scelta a cui il singolo non può rifiutare a meno che non sceglie di andare incontro alla morte. Questa caratteristica è presente anche in Matched e in 1984. Ed è proprio questo il meccanismo che causa l'inizio dei guai di Cassia. Tuttavia, mi pare che Ally Condie non specifichi esplicitamente la pena del rifiuto oppure mi sbaglio? È una lettura che ho fatto molto tempo addietro ma se la memoria non mi inganna il rifiuto porta all'isolamento e quindi a essere considerato un'aberrazione, una pena meno crudele di quelle del mondo di Jonas...
Una scelta, invece, più libera avviene in The Selction ma solo da parte del Principe ereditario, che può eleggere la propria Principessa tra un gruppo di selezionate. Comunque sia, una scelta già attuata da altri, nonostante ci si riservi delle possibilità anche se ampie, è sempre una limitazione di professare la propria libertà in piena libertà

Queste due caratteristiche però non sono altro che delle precauzioni e delle tecniche per migliorare la vita del singolo cittadino e per evitare il dolore provocato da una unione poco gioiosa o per evitare una vita troppo emozionante.
Il dolore distrae l'uomo dalle proprie responsabilità, la gioia anche. L'apatia e l'abitudine invece fanno sì che l'uomo non abbia altro in testa a cui pensare e quindi migliorano l'attenzione umana nel lavoro. Ciò è un vantaggio solo per la società che potrà gioire e prosperare ma l'uomo rimane condannato nell'assenza di vita. La schematizzazione delle scelte di Matched facilità la vita della società, riuscendo a rendere più veloce certe procedure che nella democrazia nostrana sarebbe durata molto di più. Ma tale schematizzazione non rende l'uomo insensibile e apatico come un robot, che può essere manipolato a piacimento? Che piacere si prova a vivere in un mondo costituito da marionette?


Con questa domanda termino la prima parte di questa rubrica. Presto proseguirò su quest'argomento. Baci! =)